Napster non ha fatto male alla musica, anzi

File sharing, copyright e creatività (tutt'altro che) calante
25 GEN 12
Ultimo aggiornamento: 05:22 | 17 AGO 20
Immagine di Napster non ha fatto male alla musica, anzi
Oggi sul Foglio di carta abbiamo pubblicato ampi stralci di un libro in uscita, "Abolire la proprietà intellettuale" (Garzanti), scritto da Michele Boldrin e David K. Levine, economisti della Washington university in St. Louis. Al di là del titolo di copertina del saggio – che ovviamente è lì anche per colpire possibili lettori – mi pare che la riflessione di Boldrin e Levine sollevi soprattutto un punto: quella che chiamiamo "proprietà intellettuale" è, più propriamente, un vero e proprio "monopolio intellettuale".
Usiamo l’espressione "monopolio intellettuale" per enfatizzare che ciò che è discutibile in esso non è il diritto di proprietà sull’idea originale ma il monopolio su tutte le copie della stessa. Questo monopolio, di fatto, uccide l’altro diritto legittimo, quello di comprare, vendere e liberamente utilizzare le copie di un’idea.
Monopolio è una brutta parola, ma "la posizione teorica dell’economista tipico è che il monopolio intellettuale sia un male inevitabile se vogliamo godere di un costante flusso di innovazioni". Nessun incentivo a fare buona e nuova musica senza copyright e brevetti. La risposta dei due autori è netta:
E' o non è un dato di fatto che il monopolio intellettuale stimoli maggiore creatività e innovazione? Il nostro studio dei dati non ha rivelato evidenza alcuna che il monopolio intellettuale raggiuga il proposito desiderato. Poiché esso non porta benefici, non c’è ragione che la società ne sopporti i costi: la proprietà intellettuale è un male inutile.
Evidentemente il tema interessa parecchio gli economisti, ed è bene che sia così. La novità, come emerge da uno studio appena pubblicato da Joel Waldfogel ("Copyright protection, technological change and the quality of new products: evidence from recorded music since Napster", National Bureau of Economic Research), della University of Minnesota, è che non si tratta solo di una questione di costi e benefici (per case discografiche, per esempio, e appassionati di musica), ma anche di qualità del prodotto. La conclusione di Joel Waldfogel, infatti, è questa: "La qualità della nuova musica composta dopo l'arrivo di Napster non è diminuita". Insomma, è verosimile che le case discografiche abbiano visto calare i loro margini di profitto dopo la nascita del noto programma di file sharing (operativo dal 1999 al 2001) e dei suoi simili, a causa dell'indebolimento delle tutele garantire dal copyright.

Ma chi l'ha detto che noi consumatori ci abbiamo rimesso? Waldfogel si è andato a spulciare decine di classifiche stilate dalle principali riviste anglosassoni del settore (da Rolling Stone a Pitchfork Media), poi ha passato al setaccio numeri e tendenze (statistiche) del trattamento delle canzoni nelle principali stazioni radio, ne ha tratto alcuni indici e è arrivato a una conclusione niente male: la qualità della musica che ascoltiamo dal 1990 a oggi non ha risentito minimamente dell'indebolimento del copyright.

Per dirla in un grafico, che indica l'andamento dell'"indice di qualità" di Waldfogel: